Calendario dei lavori agricoli

L’aratura

Di solito l’aratura del terreno e la semina del grano avvenivano in ottobre “Santu Aini ” se in montagna, in novembre “Santu Andria” se in pianura.
Contemporaneamente e, più spesso, nella seconda metà di ottobre, si seminavano le fave, verso metà dicembre l’orzo, a gennaio i ceci e i piselli; mentre chi li possedeva, procedeva all’aratura dei piccoli appezzamenti adiacenti all’abitato e irrigui, destinati ad essere coltivati ad ortaggi.

La SeminaClicca per ingrandire

Stabilita la quantità di seminagione che il terreno poteva contenere, il contadino si caricava sulle spalle la bisaccia, “sa bertula”, piena di sementi e iniziava a seminare: lanciava grosse manciate di semi, spargendoli con mano esperta, in quanto la semente doveva essere distribuita in maniera omogenea sul terreno. Quando tutto il campo era seminato, con la terra rivoltata dall’aratro o dalla semplice zappa, si copriva il seme per evitare che gli uccelli lo portassero via.

La Zappatura

Zappitain trigu a mes annada
in su campu, cantande a sa serena
babbu e fizos a s’ispensamentada.

Verso metà dicembre si zappavano le fave, a gennaio il grano; i lavori di zappatura procedevano anche a febbraio o a marzo. Nei lavori di zappatura venivano coinvolte anche le donne; tutti insieme uomini e donne, “sos zappitadores”, partivano dal paese all’alba e raggiungevano i campi a piedi, con l’asino o con i carri trainati dai buoi, sui quali si caricavano le provviste e gli attrezzi.

Il carro

Il lavoro era faticoso, si lavorava dal mattino al tramonto, la sosta solo per mangiare. La sera stanchi si rientrava a casa; a volte si dormiva in campagna, in una capanna di frasche, “su pinnettu”, un unico ambiente dove spesso dormivano uomini e donne. In primavera si estirpavano le erbacce: la sarchiatura era curata soprattutto dalle donne.

La Mietitura

Ai primi di giugno si iniziava la mietitura dell’orzo, poi del grano, che durava per tutto il mese. Le spighe mature venivano tagliate con la falce “sa farche”, e si formavano i covoni, “sos mannugros”, che venivano ammucchiati e lasciati inaridire al sole. Quindi venivano trasportati col carro all’aia, “s’arzola”, una spianata aperta, circolare, esposta ai venti, dove i covoni venivano allineati per la trebbiatura.

La trebbiatura

Il mese della trebbiatura era propriamente luglio, detto “ Triulas” da triulare.
Si trebbiava spingendo sul grano una coppia di buoi che trascinavano una pesante pietra. Durante la trebbiatura il grano veniva continuamente rivoltato con una forca di legno, il tridente. La sera i buoi
si staccavano e si faceva un mucchio col grano trebbiato; quando soffiava la brezza veniva ventilato, cioè gettato in alto con una pala, per
separarlo dalla pula. Spesso, per ventilare, le donne usavano un setaccio, “su chiliru”, o un canestro “sa canistedda”, che serviva allo stesso scopo: si gettava in alto il contenuto in modo che la pula volasse via e i semi ricadessero nel recipiente. Il grano separato dalla pula veniva poi pulito dalle pietruzze e sistemato nei sacchi, “sos burrones”, e dopo il tramonto, trasportato con i carri in paese. La produzione del grano era il tratto distintivo della capacità produttiva di un proprietario. Ciò che distingueva il grande dal piccolo e medio proprietario era il numero dei carri di grano portati in corteo per le vie del paese, nel periodo delle messi.Le provviste del grano venivano conservate nei granai o in recipienti fatti di stoppie, “sas lussias”.
Al momento di utilizzarlo, le donne lo pulivano dalle impurità, lo lavavano e, dopo averlo fatto asciugare, lo portavano con le corbule”nei sacchi al mulino a macinare.
Le eccedenze venivano portate all’ammasso, “s’ammassu”, trattenendo soltanto quanto strettamente necessario per i bisogni familiari e per la semina dell’anno seguente.
Nell’immediato dopoguerra, nel tentativo di limitare la penuria di generi alimentari, si mantenne l’ammasso obbligatorio per il grano: ogni produttore consegnava una quota della produzione.


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