Gli studiosi che si sono occupati del fenomeno migratorio tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900 sono concordi nel ritenere che l’emigrazione della Sardegna si è manifestata in misura molto contenuta rispetto al resto dell’Italia e in ritardo rispetto alle altre regioni. 

La scarsa popolazione, la mancanza di una cultura migratoria, l’attaccamento alle proprie radici e la malaria avevano agito da freno. 
L’emigrazione verso l’estero è cominciata praticamente solo verso il 1895, in conseguenza della rottura dei trattati commerciali con la Francia.
La chiusura dei mercati francesi inflisse un duro colpo all’allevamento bovino della Sardegna nord-occidentale, del Marghine e  della Planargia, aree che agli inizi del secolo hanno dato il maggior contributo all’emigrazione.
Alla perdita di questi mercati si aggiunse la crisi mineraria del settore estrattivo del piombo e dello zinco degli anni ’90, l’inasprirsi del banditismo e il fallimento degli istituti bancari sardi.

L‘agricoltura sarda, basata soprattutto sulla produzione del grano e della vite, risentì gravemente del crollo dei prezzi del frumento e della diffusione della fillossera che distrusse gran parte dei vigneti. Agli inizi del ‘900, inoltre, l’introduzione dei caseifici, da parte di industriali continentali, provocò una notevole riduzione delle terre coltivate a vantaggio di quelle lasciate a pascolo; ciò contribuì ad alimentare una forte emigrazione dei contadini sino alla vigilia della Grande Guerra. Nello stesso periodo anche le condizioni naturali avverse, come la gravissima siccità e la moria di bestiame che colpirono la Sardegna per alcune annate successive, contribuirono a intensificare l’esodo.

I primi nuclei più numerosi si diressero verso regioni poco lontane, nello stesso Mediterraneo occidentale: Francia meridionale, Algeria e Tunisia. Ma è soprattutto verso la Francia che si diresse l’emigrazione dei sardi: essi trovarono lavoro come operai nel bacino industriale lorenese e nella periferia parigina, come braccianti agricoli in Provenza e in Corsica, come muratori, meccanici, artigiani, lavoratori generici nelle grandi città (Parigi e Marsiglia). A Longwuy, dove lo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di ferro aveva favorito un intenso sviluppo industriale di tipo siderurgico, vi era una colonia di sardi, circa 400, formata prevalentemente da minatori e operai metallurgici.

L’ emigrazione transoceanica si è sviluppata tardivamente e in termini molto modesti. È soltanto nel 1908, 1910, 1913 che il contingente diretto verso l’America ha superato quello che si dirigeva verso i paesi del Mediterraneo (3.425 contro 3.150).
In questi anni e’ stata l’Argentina ad accogliere la percentuale più alta di sardi ( più tardi nella sola Avellaneda, vasta area periferica della capitale argentina, vivevano circa 12.000 sardi). Questa tendenza scomparve dopo la Grande Guerra, già alla fine degli anni ’20 la corrente per l’America scese ad alcune decine di unità.

Sul modo in cui i nostri corregionali si sono inseriti nella nuova realtà, come hanno sopportato lo sradicamento dal luogo in cui sono nati, come difendevano la loro specificità (valori, tradizioni e cultura) si sa ben poco. Tuttavia alcune testimonianze consentono di affermare che dovunque (Argentina, Brasile, Francia, Belgio …) i sardi si distinguevano per un marcato senso di identità regionale.
Costituivano gruppi chiusi, quasi impenetrabili ai non sardi.
Spesso, attorno alle associazioni che fondavano, <leghe>, <fratellanze>, < circoli>, si coagulavano le antiche strutture di parentela o del clan del villaggio originario, così, insieme, si manteneva vivo il ricordo della propria terra.

 

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